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“La maldicenza non avrebbe avuto spazio nell’Internet che avrei voluto insieme a Grauso e Soru”.



Una giornata particolare. Così ricordo quel primo pomeriggio di inizio febbraio in cui Luca Barbareschi mi aveva dato appuntamento nel centro geometrico di Milano, davanti al teatro alla Scala. Attore, regista e produttore sia teatrale sia cinematografico, Barbareschi è un po’ da sempre anche uomo di polemiche ruspanti (la più recente è quella sul #metoo) e di incursioni più o meno fortunate nell’arena della politica (ricordate l’effimera avventura di Futuro e Libertà?). Un uomo a suo agio tanto nel parlare degli aspetti meno conosciuti del metodo Stanislavskij quanto di come far soldi. Senza dimenticare le belle donne, alle quali non sfugge di certo questo signore che, sicuro del suo fascino non scalfito dalle sue quasi 63 primavere, incede lungo la galleria Vittorio Emanuele II avvolto nell’elegante cappotto di cachemire blu coi revers a lancia.

È quindi notevole la mia meraviglia quando Barbareschi inizia a parlare, materializzando di fronte a me, nel bel mezzo della lounge dell’hotel a sette stelle di via Pellico, il mondo antico e arcano degli shtetl ebraici nella Polonia di una volta o dei racconti di Martin Buber.

«Secondo la Torah il peccato peggiore è la maldicenza», continua Barbareschi, «e l’epoca in cui ci troviamo abbonda di maldicenza non suffragata dai fatti». Il pensiero corre alla vicenda di Fausto Brizzi, il regista accusato nel passato recente di molestie sessuali. «Io l’ho tenuto sotto contratto e non me ne sono pentito: la procura ha archiviato le accuse e il suo lungometraggio Modalità aereo (uscito in questi giorni, ndr) è un film che sono fiero di aver prodotto». Si tratta delle vicissitudini di un imprenditore che in seguito alla sottrazione del suo smartphone vede mano a mano concretizzarsi la rovina della sua esistenza; difficile non cogliere in una simile trama allusioni al vissuto personale di Brizzi. Allusioni dalle quali a tratti sembra trasparire un’autentica sofferenza.

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