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STO PREPARANDO UNA SERIE TV SU CALCIATORI-EROI E PROCURATORI: EMOZIONO E SMUOVO LE COSCIENZE


«Sì, ho in testa anche questo progetto. Un mio nuovo prodotto sul calcio. Una se-rie tv. Per gli argomenti che trattiamo, e anche per come li vogliamo trattare, sarà un qualche cosa di mai visto, in Italia. Il mio obiettivo è emozionare, colpire e smuovere le coscienze».

Nei piani, da mandare in onda su Sky già nel prossimo in anno. Ma Moggi si è subito preoccupato. Si è già agitato.

E lei gli ha risposto a tono. «Perché non ho capito la sua uscita. Nei giorni scorsi nell'intervista che avevo rilasciato a "La Verità" avevo solo detto che la mia serie tv sul calcio, per Sky, sarà pronta tra un anno. E che non sarà su Luciano Moggi, sui suoi scudetti, sulla sua vicenda e su Calciopoli. Ma è vero che lui si è lo stesso agitato subito. Forse perché avevo anche detto che avrei voluta farla, una fiction su Calciopoli. Ma non è possibile. Troppi problemi di carattere legale e non solo. La serie tv che produrrò con la mia società, la Eliseo Fiction, si chiamerà "L'impero" e avrà per tema il mondo del calcio ingenerale, con in primo piano le vicende e la vita dei procuratori. E Moggi si è subito preoccupato di ricordarmi pubblicamente che esistono sentenze di cui tenere conto: ma un artista e un professionista come me non ha certo bisogno degli avvertimenti di Moggi».

Lei ha ribattuto: «Caro Moggi, tanto rumore per nulla. Non ci saranno ipotesi risarcitorie né terreni minati, ma salo grande televisione». Non vediamo l'ora di vederla, allora, questa serie tv.

«Sarà composta da 8 puntate. Mi sono detto: non si può fare una fiction su Calciopoli o sul Calcioscommesse? Allora io racconto il dietro le quinte del mondo dei pro-curatori. Mille volte più affascinante, artisticamente parlando. Faremo vedere cosa accade nel mondo del calcio e saremo liberi di raccontarlo».

Però non si tratterrà di un docufilm. O di una tv d'inchiesta.

«No. Una fiction. Ci ispireremo alla realtà, ma resterà una fiction. Così avrò le mani più libere, drammaturgicamente. Ci muoveremo tra finzione e realtà. Credo anche che useremo nomi finti. Sia per le squadre di calcio sia peri procuratori. Ma poi è chiaro che chi vorrà capire, capirà. Lo spettatore si emozionerà. Vedrà il calcio con altri occhi. Calcio italiano e internazionale: la serie tv potrà essere doppiata e man-data in onda anche in altri Paesi, se Sky vorrà. E' una potenza planetaria, Sky».

I procuratori, per lei.

«Come in ogni campo della vita, anche nel calcio ci sono eroi e truffatori: procuratori o meno che siano. Ed è questo che mostrerò agli spettatori. Drammaturgicamente, è sempre più divertente raccontare la figura del cattivo. Al cinema, in tv e a teatro è quasi sempre più affascinante. Perché il male ha dentro un conflitto tutto suo. I procuratori che gestiscono i migliori campioni muovono enormi strati dell'economia mondiale e fanno esplodere d'emozione popoli interi. E tutto ciò si interseca con un sottobosco di calciatori meno famosi, di altri agenti più o meno senza scrupoli e di portaborse vari. E mostreremo storie incredibili, nel bene e nel male. Nella passione e nel tradimento».

Lei sarà il produttore. E negli anni ha già prodotto tantissime serie tv di qualità, di successo, toccando le tematiche e i personaggi più svariati. Ma reciterà anche in questa nuova serie sul calcio? O sarà anche il regista?

«No. Sarò solo il produttore. E non posso fare altri nomi, per adesso. E' prematuro».

Secondo lei cos'è diventato il calcio, Barbareschi?

«Un giorno ero a Fiumicino. Cera una bolgia, una folle enorme. E all'improvviso l'aeroporto si aprì come il Mar Rosso. Arrivò un pullman, scesero i giocatori della Roma. Avrebbero dovuto prendere un aereo, di lì a poco. E quell'enorme folla di persone in attesa si aprì davvero come il Mar Rosso. Perché erano arrivati gli del calcio. Si manifestavano in mezzo a tutti noi, comuni mortali. E davvero tutto l'aeroporto parve cadere in uno stato sia estatico sia ipnotico. I calciatori muovono interi popoli, ormai. E tutto questo testimonia una passione che possiede una potenza incredibile, al giorno d'oggi. E li ho iniziato a riflettere sull'impero del calcio. E sui procuratori. Che prendono i ragazzi fin da piccoli. E poi li portano a diventare degli eroi, nell'inconscio collettivo del mondo. E immaginatevi cosa diventerà il calcio quando conquisterà per davvero anche gli Usa. Ma molto più di adesso. E' solo questione di tempo. Perché il calcio è uno sport senza pari, quanto a poesia, tecnica, fatica e classe, emozioni e colpi di scena. Io quando vivevo negli Stati Uniti mi rompevo le palle a seguire il baseball o il football americano. Tutto enormemente più noioso. Chi ha giocato anche solo da dilettante sa bene che significhi attraversare un campo di calcio palla al piede. Il calcio scatena una potenza emotiva gigantesca, straordinaria a ogni livello. Dalla Champions League a qualunque gruppo di ragazzini che giochino per strada Oppure durante una partita a calcetto tra quarantenni, dopo il lavoro. Ma in Italia il mondo del calcio, prima o poi, dovrà anche imparare a farei conti con il proprio passato e con l'oggi e con la propria coscienza. Altrimenti non crescerà più. E peggiorerà soltanto».

Ma oltre ad aprire gli occhi, la massa dei tifosi cambierà in meglio anche i propri comportamenti?

«Me lo auguro. Ed è per questo che prima dicevo che con la mia serie tv ho intenzione di emozionare, ma anche di risvegliare la coscienza della gente. Però temo che il mio sia un miraggio, un'utopia. Resta il fatto che lo sappiamo tutti, per esempio, cosa ci sia dietro alla violenza nel calcio, attorno a una partita La complicità tra pezzi di squadre, di società e certe frange dominanti nelle tifoserie. La posizione anche di pezzi delle istituzioni. E i problemi sociali della vita comune, per migliaia di persone. E la malavita organizzata. Non c'è bisogno di Barbareschi perché lo si dica Ma io lo dico. E se vogliamo che i nostri giovani sognino dietro al calcio come potevo sognare io da ragazzo, tanti anni fa, quando vedevo giocare Rivera e lo amavo ogni settimana di più, ebbene: una presa di coscienza è indispensabile. Un vero esame della coscienza da parte del nostro calcio attuale. In Inghilterra, per esempio, il problema degli hooligans l'hanno risolto. Con leggi severe fatte rispettare. Come le pene. Invece noi siamo ancora qua. VI racconto un fatto personale. Tempo fa ero in taxi. In una grande città italiana Si parlava di calcio. E a un certo punto il taxista mi disse: lo vado sempre allo stadio, ma la partita non mi interessa Io vado per menare': Avrà avuto una cinquantina di anni. Troppe volte lo stadio è diventato il luogo per sfogare gli istinti più bassi. Un luogo di raccolta per spostati mentali. Ma pure un luogo produttore di business enormi. Attira le mafie, crea appetiti economici pazzeschi. Ecco perché dico che a me non interessa Moggi, in sé e per sé: Moggi e il mondo di Moggi. A me interessa capire qualcosa di molto più grande. Il mio pensiero è molto più ampio e complesso».

Sappiamo che per produrre la fiction sul calcio state conducendo un lavoro di ricerca nella realtà.

«Abbiamo i capelli dritti. Abbiamo scoperto di tutto, dal narcotraffico in giù. Mica solo le sentenze sulle partite truccate! Magari fosse solo quello! O i pagamenti in nero dei giocatori e dei procuratori. O i bilanci falsi di certi club. E il pozzo delle scommesse. O il doping, con i suoi atleti imbottiti come tacchini: e qui il discorso si allarga drammaticamente a tutti gli sport. Io, però, penso anche alla gente accoltellata, riempita di botte, uccisa. Ammazzata per la folle stupidità degli scontri tra tifoserie. Oppure ammazzata perché aveva debiti con le mafie nazionali e internazionali. O per una guerra interna, per prendere il comando di una curva, di una tifoseria. E io non voglio questo calcio. Io rivoglio il mio Milan di Rivera. O l'Inter di Herrera, per gli interisti. O il Grande Torino, per mio papà».

Suo papà era del Toro?

«Sì, nel solco del Grande Torino. Era piemontese. A casa mi parlava spesso di quello squadrone magico e sventurato. Però io sono venuto su milanista. Con Rivera. Vi faccio un altro esempio. In italiano c'è un modo di dire: su, dai, impara a essere sportivo! Lo diciamo spesso, no? Usiamo questo termine anche quando non parliamo specificatamente di sport. E non lo usiamo solo per educare i figli. Ebbene: cosa significa essere sportivi? Significa comportarsi in modo pulito, onesto, trasparente. Significa saper accettare anche la sconfitta. Ma lo sport in genere e il calcio in particolare è abbastanza sportivo, secondo voi? Secondo me, no. In un simbolo, lo sport per me è la risposta che un giorno mi diede Muhammad Ali, quando gli chiesi che cosa facesse di un uomo un campione. Lui mi mollò un pugno nell'addome. Piano, ma pur sempre un pugno. Non me l'aspettavo. Mi piegai su me stesso per la botta. Rialzati, rialzati iniziò a urlami. Dopo che ritirai su la testa mi disse: ora sei diventato un campione».

Lei ha prodotto più di un film-tv di successo legato allo sport. Su Mennea. O sul maratoneta Dorando Pietri e sulla sua impresa epica alle Olimpiadi del 1908. Arrivò stremato al traguardo, barcollando.

«Lo sorressero i giudici di gara, vinse, ma poi gli tolsero la medaglia d'oro, per quell'aiuto. Dorando Pietri è un esempio in carne e ossa da leggenda. Un eroe, una lezione di onestà di fronte a tutti quelli che si dopano per gareggiare. Di qualunque sport si tratti. Chi bara, inganna prima di tutto se stesso: ed è triste. Penso a un giovane, magari di famiglia povera, poverissima, che cerca anche un riscatto sociale nello sport. E si allena tutti i giorni, facendosi un mazzo così. E poi in gara si vede sorpassato da un altro. Che si è allenato enormemente di meno, ma è dopato: e quindi è come se fosse seduto su un motorino, quando lo sorpassa.  Comunque con la mia società sono orgoglioso di aver prodotto anche un altro film-tv legato allo sport, L'Olimpiade nascosta'. Una storia ispirata a una vicenda vera. In un campo di prigionia nazista in Polonia, nel '44, un gruppo di prigionieri progetta delle Olimpiadi simboliche. E così, distraendo i tedeschi con le gare, riescono a salvare le vite di donne e bambini rinchiusi in un campo adiacente».

Lei fa sport, Barbareschi?

«Ne facevo molto di più quando ero più giovane. Praticavo sport anche molto differenti, dalla pallacanestro al motocross. Negli ultimi anni mi sono dedicato molto alle arti marziali. L'aikido e il Tai Chi, in particolare. E ho fatto molta palestra. Pesi. Ho preso anche lezioni di scherma. Per interpretare al meglio Cyrano de Bergerac. Con la sua spada sguainata, a ripetizione. O quando sfida a duello qualcuno. Una notevole fatica fisica, per 2 ore e 40 minuti sul palco di un teatro a recitare brandendo quella spada. Io amo molto lo sport e sono felice che i miei figli facciano tanto sport Perché è estremamente educativo e formativo, lo sport. A scuola fin dai primi anni l'educazione sportiva dovrebbe accompagnare sempre di più e meglio l'educazione fisica. Perché è giusto allenare il corpo. Ma bisogna anche allenare la mente a segui-re valori positivi. E questo i giovani devono impararlo. E' un lungo lavoro di semina, questo. Ma va fatto. Apprendere la legalità e l'onestà a scuola e nello sport fin da bambini aiuta a diventare, da adulti, uomini onesti e veri sportivi. Dobbiamo lavorare sui nostri figli di oggi affinché creino una società migliore di quella attuale. Seminiamo per i no-stri nipoti. E questo lo dico anche da padre, non solo da cittadino italiano. Io mi auguro che i miei nipoti nascano in un Paese più evoluto, sano, onesto, colto, gentile, rispettoso, illuminato, sensibile. Ma anche grintoso, combattivo. Non un'Italia di mammolette. Ma perché accada, i nostri figli devono venir su bene. Comprendendo anche il valore dei sacrifici, della fatica, della conquista delle cose. Come quando in Israele, da ragazzino, io raccoglievo arance in un kibbutz. E io non voglio che i miei figli o i miei nipoti possano diventare persone con la mente disturbata da falsi valori e dall'ignoranza. Oppure degli arroganti che calpestano il prossimo pensando di essere più furbi degli altri, così. Questo genere di furbizia non è una virtù dell'intelligenza. E' una furbizia deteriore».

Apriamo una parentesi. Lei del Milan: le piace Gattuso per i valori che incarna?

«Gattuso mi piace da pazzi. Sia per come è dentro sia per come si mostra fuori. E' un esempio di successo nato dai sacrifici, dalla grinta, dalla ricerca di un riscatto anche sociale, da valori sani. E poi è così grintoso... Non ha mai paura di un cazzo, Gattuso! E' un eroe. E mi riporta ai miei tempi giovanili. Alla bella idea che conservo del mio vecchio Milan. In tutto quello che fa, Gattuso ci mette sempre passione, cuore e due palle così. E' il contrario di quelli che si atteggiano a fighetta E io i fighetti proprio non li sopporto. Sembrano tanto pieni, se li giudichi superficialmente. Ma in realtà sono tanto vuoti, all'interno».

Lei sarà protagonista in un nuovo film destinato ad avere successo. Sul genere umano tipicamente italiano. "Dolce Roma". diretto da Fabio Resinaro. Nel cast, lei, Claudia Gerini, Lorenzo Richelmy, Laura Chiatti, Francesco Montanari. Luca Vecchi, laia Forte. Dal 4 aprile nelle sale.

«Un supercast, tutto di grandi attori. "Dolce Roma" è un film apocalittico su una città che è anche un'enorme mignotta. Ma è la città di cui siamo innamorati. E' una città che ce ne fa di tutti i colori. Io interpreto un magnifico ruolo, artisticamente parlando. Sono un corruttore pazzesco. Che arriva dalla periferia e a calci, pugni e corrompendo diventa il re di Roma, anche nel mondo del cinema. Mi sono divertito enormemente a interpretare questo personaggio. Oscar Martello. Che quando le porte non si aprono, le butta giù a modo suo».

Da 4 anni lei è il direttore artistico del teatro Eliseo di Roma. Spettacoli, mostre, conferenze= il programma è sempre ricco. E di qualità. «L'Eliseo è un nido di cultura. E' una piazza aperta su Roma. Per tutti i romani. Per discutere delle arti e della vita Teatro e non solo. L'Eliseo è una palestra dell'anima. Molta gente spende anche tanti soldi per andare in palestra, no? Li spendesse anche per crescere intellettualmente! E non solo per farsi venire i pettorali, per gonfiarsi i muscoli. Anche il cervello può essere considerato un muscolo. Ma un muscolo pigro. Che si atrofizza, se non lo eserciti quotidianamente. L'arte, la cultura, il mio Eliseo sono tutti modi per allenare il cervello e farlo crescere. Ecco per-ché parlo di palestra dell'anima. Che però è un concetto che la gente fa fatica a capire. Perché è più facile pensare alla palestra dei pettorali. Ma se vuoi diventare una persona migliore, devi frequentare anche le palestre dell'anima La vera sfida, oggi, è la lucidità, l'intelligenza. E io sono lucido, intelligente, anche perché mi alleno tutti i giorni. Un Paese senza cultura e senza sapienza è un Paese morto. L'antisemitismo terribile che si sta di nuovo diffondendo in Europa, le altre forme di razzismi e il populismo nascono dalla semplificazione del pensiero. George Orwell diceva: un giorno nascerà una lingua universale che permetterà di parlare senza dover pensare. E' terribile. E ci stiamo davvero avvicinando. La semplificazione del pensiero. Di chi non si interroga mai, sulla vita. Ma pensa solo alla propria pancia da riempire. O di chi beve qualunque notizia falsagli diano da bere, su Internet. O di chi ormai parla solo a colpi di emoticon. Perché non conosce altro linguaggio, per scrivere. Sto producendo un bel film sull'Affare Dreyfus. Una grande produzione, di livello altissimo. E anche con grandissimi investimenti. Lo stiamo girando. Con Roman Polanski. Uscirà il 4 dicembre. Ieri come oggi, è sempre il pensiero semplificatorio che porta all'odio. Ai razzismi, all'antisemitismo. E l'unico antidoto al pensiero semplificatorio, che è un tumore per la società, è il pensiero articolato. Non accontentarsi mai di una risposta sola. Leggere, studiare, faticare, sforzarsi di pensare con la propria testa per non farsi manipolare come gregge. I miei, Dio li benedica, mi diedero una magnifica educazione e salò loro grato per sempre. Anche i nonni lo fecero, con le loro vite eroiche tra le due guerre. E miei mi ripetevano, quando ero ragazzino: le persone piccole parlano di pettegolezzi, le persone medie parlano di denaro, mentre quelle alte parlano di bellezza e speranze».

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